patagonia 2^parte PDF Stampa E-mail

 

 Dopo  quattro ore di navigazione arriviamo al "Glaciar O'Higgins", il sole  illumina il fronte del ghiacciaio colorandolo d'azzurro, e' imponente. La pressione esercitata dall'immenso ghiacciaio continentale (Hielo  Sur), spinge questi "brazos" verso il pacifico e verso i laghi dell'interno, creando spettacoli della natura come i ghiacciai piu'  famosi "Perito Moreno, Upsala, Onelli, Spegazzini". La particolarita'  di questo ghiacciaio e' che per raggiungerlo occorre attraversare 1000 chilometridi "camino austral", per nulla facili neanche in fuoristrada. Il "barco" ci scarica a "Candelario Marcilla", un'estancia isolata  felicemente nel posto piu' bello che abbia mai conosciuto. Troviamo una mia vecchia conoscenza, Ricardo Levican Marcilla, nipote del primo  abitante e fondatore dell'estancia. Vive con sua mamma "justa", ormai anziana ma in ottima forma, nel piu' totale isolamento da resto del mondo. Con una radio (baracchino) due volte al giorno possono comunicare con l'altra sponda del lago distante 50chilometri, e in  caso di necessita' hanno una frequenza di una barca una volta alla settimana nell'estate, il resto dell'anno solo ogni quindici giorni.  Costretti a star bene, ne dottori ne dentisti,  la vita e' semplice, l'aria e l'acqua incontaminata, il cibo proveniente dalla loro terra e  dal loro bestiame, non hanno bisogno dei controlli del ministero della  sanita' e non riportano la scadenza ne retro della "vacca" o della  "trucha". Rimaniamo due giorni in attesa che il tempo migliori,nevica e fa  veramente freddo, ma l'attesa e' addolcita dalla cordialita' veramente  squisita dai padroni di casa. La sera si abbatte il vitello  piu' grasso, ma non c'e' nessun figliol prodigo da sfamare, occorre  reintegrare le proviste sia per la famiglia Levican che per la vicina "dogana de los carabineros de Chile", tre carabineros che attendono la  fine dei quindici giorni di turno per rientrare nel nondo di tutti.  Si  riparte alle prime luci di una giornata che lascia finalmente intravedere il sole sorgere tra le imponenti montagne imbiancate, fa  freddo e poco dopo incomincia a nevicare. Attraversiamo una fitta  foresta di faggi salendo su di quota per uno stretto sentiero appena visibile, a tratti la neve ricopre le sua visibilita' ed occorre fare attenzione, potrebbero ritrovarci in qualche confezione surgelata con  tanto di scadenza. Questo tratto di percorso e' la ciliegina di tutto il viaggio, si attraversano venticinque chilometri di nulla,  giusto due cartelli ci informano che lasciamo il Cile ed entriamo in  Argentina, ma gli alberi e la neve non cambiano d'aspetto, cosi come i  "Gendarmi Argentini che ci attendono sulle sponde della "Laguna Del  Desierto", ultimo lago da attraversare per giungere a "El Chalten". E'  come risvegliarci da un bellissimo sogno, si rientra' nella realta' 
consumistica, hotel, ristoranti, cabañas, interrnet point, bazar, tutti  dai nomi affascinanti che ricordano le cime come il "Fitz Roy e  il  Cerro Torre o ghiacciai come lo Hielo Continental, cercano di attrarre i numerosi turisti intenti ad organizzarsi i trekking nella  zona, o solo per "timbrare" la cartolina da spedire. Ora ci attende un  lungo trasferimento verso la "Tierra del Fuogo", ma abbiamo gia'  nostagia della semplicita' e cordialita' della povera gente incontrata  durante il nostro faticoso viaggio. Ci mancheranno le minestre e le galline cucinate per noi nei semplici alloggiamenti spartani del  camino austral, del buon "Gato negro" che ci riscaldava le fredde  notti, ma questa sera ci sacrificheremmo per un asado o una parrilla,  in Argentina sono maestri...
Finalmente partiamo da El Calafate dopo aver fatto i manzi per la calle San Martin, unica strada di una falsa Patagonia ad uso e consumo di turisti pigri e annoiati,  e a parte un ristorante dove abbiamo mangiato il "cordero" piu' buono della nostra patagonia, c'e' solo il bus che ti porta ad ammirare il "Perito Moreno", un'impressionante ghiacciaio che scende giu' come una grande cascata dallo Hielo Sur. Carichiamo le bici e i carrelli su un bus per Rio Gallegos, squallida cittadina resa famosa dai racconti di Sepulveda nel suo "Patagonia Express", da li partiva il treno per Rio Turbio, al confine col Cile (ne suggerisco la lettura). La sosta a Rio Gallegos e' solo una questione di una notte, la mattina si parte per Rio Grande, ma occorre attraversare la frontiera Cilena, che per noi ciclisti e' una fatica peggiore che la salita dello Stelvio. Dal bus ci fanno scaricare tutto il nostro carico, dopo averlo scannerizzato e aver consumato due pagine dei nostri passaporti con timbri di ogni misura e forma, finalmente si riparte, ma abbiamo sostato ben due ore! 
 Si passa lo Stretto di Magellano, il vento e' fortissimo, il mare e' impressionante, fortunatamente il tragitto e' breve e accompagnato da piccole orche che giocano sulle onde.
Dall'altra sponda e' Terra del Feuego, ma occorre rientrare in Argentrina per un'altro confine. Argentini e Cileni sono costretti a varcare il confine nemico per raggiungere le estremita' delle loro terre, i limiti politici e' come se fossero stati divisi e disegnati da un "geometra anarchico", ma non avevano messo in conto il "guano di uccelli" che una signora che viaggiava con noi voleva portare a Rio Grande, e' stata perquisita come una narcotraficante dalla gendarmeria argentina al successivo confine di San Sebastian, forse avrebbe fatto meglio a far viaggiare i suoi uccelli in volo per farli "defecare" direttamente in Argentina. Finalmente le nostre pene sono finite, arriviamo a Rio Grande. Troviamo un postaccio degno della citta', il vento e' fortissimo, rimontiamo i carrelli e le bici per gli ultimi 220 chilometri che ci separano da Ushuaia. Sveglia alle 5.30, ci dicono che il vento si alza dopo mezzogiorno, e noi vogliamo essere previdenti, ma non serve. Usciamo dalla cittadina che le raffiche supereno gia' i cento orari. Avendo gia' percorso sette anni fa questo tragitto sapevo che dopo una ventina di chilometri la strada avrebbe curvato  a sinistra e eolo ci sarebbe stato amico. Roberto e Alessandra mi vedono avanzare a piedi per cinque chilometri spingendo la bici e si guardano perplessi,  e' impossibile stare sui pedali, ti ritrovi sull'altra corsia senza poter far nulla, ma poi capiscono la mia determinazione quando arriviamo ad un posto di controllo di polizia, il vento diventa una mano santa che  spinge i nostri fondoschiena. In questo tratto, il famoso cantante  Jovanotti,  scrive nel suo "Grande Boh"  che fu  costretto a far dietrofront e rientrare a Rio Grande. Finalmente si va come motorini, ma per raggiungere Touhluin ci vogliomno 8 ore di saliscendi, anche se la pampa lascia il posto ad un paesaggio meno noioso. Arriviamo finalmente in uno dei posti peggiori mai visitati, cerchiamo posto per dormire ma i pochi alloggiamenti sono occupati da un incontro collettivo della comunita' sudamericana di tutti gli "sfigati agnostici", rischiamo di dormire in tenda sin "ducha caliente y comida". Giriamo per le vie polverose del paesino e ritrovo un postaccio dove avevo dormito sette anni fa nello stesso giorno, ma era diverso ed ero solo. La "dueña" ci sistema tutt'e tre in una stanzetta di quattro metri quadri, i bagni sono compartidi, ma sono tripli, nel senso che puoi accomodarti e
chiacchierare col vicino sui problemi di stitichezza o di "guano da far transitare senza controlli doganali. Spesso abbiamo dovuto usare il fornelletto da campo per farci il caffe', non tutti offrono la colazione, e partire per otto ore di bici senza il "nostro caffe" e' una punizione peggiore del debito. Questo postaccio ha almeno acqua calda, e per noi che abbiamo scorta di buon caffe' liofilizzato e' un lusso. Quando viaggi sotto la pioggia, contro vento e in salita, alla fine anche una tettoia e un po di acqua calda sono un lusso a cinque stelle. Finalmente si parte, otto ore per raggiungere Ushuaia, ma il tempo e' dalla nostra e la strada e' stata asfaltata, anche se questo non ci rende la vita facile, infatti rischiamo d'essere venduti come pelli italiane gia' conciate e pronte all'uso come zerbini, siamo troppo magri per essere utilizzati come indumenti o capi di vestiario per climi freddi. Arriviamo ad Ushuaia felici e stanchi, il nostro viaggio termina alla "fin del mundo", un viaggio molto articolato e difficile. Siamo partiti da San Carlo di Bariloche, poi da Esquel siamo entrati in Cile per percorrere il "camino austral", la strada sterrata lunga 1150 chilometri fatta costruire da Augusto Duarthe Pinochet durante la sua dittatura, un sogno per i ciclisti, traffico assente e un paesaggio unico al mondo. Un cambio di programma ci costringe ad un trasferimento in bus sulla costa atlantica, ma arrivare ad Ushuaia sui pedali e' il premio per tanta fatica, in certi momenti ai limiti umani. Mediamente abbiamo tenuto i nostri fondoschiena otto-nove ore su una sella che non e' certo una poltrona,
 divorato cioccolati di ogni gusto, frutta secca, panini con miele e formaggio, ma il dispendio energetico giornaliero era superiore alle 4000 calorie. Una nota sui miei compagni di viaggio: Roberto era al terzo viaggio in mia compagnia, gia' avevamo percorso l'Equador e la Bolivia, forte e determinato, sempre corretto e pronto a qualsiasi sacrificio, mai un disappunto o un lamento per i disagi o la fatica. Alessandra coi suoi 50 chili di peso e un corpo esile, piu' da ballerina, era una scommessa. Prima della partenza avevo qualche perplessita' e timore che non potesse farcela, ma giorno dopo giorno ha dimostrato la sua grande forza, e quando le sue forze arrivavano ai limiti umani, la sua grande determinazione riusciva a farla andare avanti, anche sulle salite piu' dure, sempre senza un lamento, a testa bassa, gravata dal suo enorme carico. Credo sia la prima donna italiana ad aver percorso la patagonia cilena in autosufficienza, cosi' almeno ci risulta. Ora "disarmamos todo" y regresamos a Italia, ma abbiamo da recuperare un po di forze, una visitina ai "tenedor libre" di Ushuaia e un'ultimo assaggio di "vinos tintos" sono meritati.
Hasta luego!
Alessandra, Roberto e Enzo
 
 


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